venerdì, giugno 15, 2007

E il campione zittì la folla

Al quinto minuto della ripresa Fernando Coiba infilzò la rete di Felipe Gonzales con un tiro dei suoi. Improvviso. Delicato. Imparabile. E quella sembrò una cosa definitiva. Sul 3 a 0 per il Queslodo F.C., chiunque l’avrebbe pensata così. Il bus che aveva condotto l’Estudiantes fino allo stadio Major Olean, aveva una lunga breccia sulla fiancata destra: era l’orgogliosa ferita, inferta due anni prima, per un cinque a zero che gridava vendetta contro l’arbitro e contro dio. La ferita non si era mai del tutto rimarginata e fu così che, quando Coiba segnò il terzo goal per la formazione casalinga, tutto il Major Olean si levò in un boato fragoroso, a rompere i timpani di noi poveri tifosi in trasferta dell’Estudiantes.

Ricordo molto bene quella memorabile partita. Per la prima volta in vita mia, potevo assistere al derby con il Queslodo a fianco di mio padre. Quello era il tempo felice in cui la nostra piccola comunità di pastori poteva ancora vantarsi di avere una squadra di calcio nella prima divisione regionale. In occasione del derby di quell’anno tutto il paese si era dipinto di verde. L‘improvvisa primavera di bandiere e striscioni rallegrava le giornate di noi tutti scolari e ci preparava al rito della domenica con costanza e passione. A scuola, per di più, si cominciava a mancare dal venerdì d’antivigilia e sino al martedì nessuno osava rientrare. Erano soprattutto gli insegnanti a venir meno ai loro offici, la maggior parte a causa di problemi fisici o legali. Ricordo ancora con entusiasmo e con un pizzico di orgoglio il nostro maestro di inglese tornare, due settimane dopo la memorabile partita, claudicante, poggiare entrambe le mani sulla cattedra e, con voce rotta a tratti dalla commozione, intonare l’Estudiantes por nos otros…, come fosse ancora in curva a incitare i compagneros

Quello era il tempo felice in cui si apprendeva molto di più da un gesto che da tanti, inutili, giri di parole.

 I primi due goal del Queslodo li schioccò in porta, al sesto e al trentesimo del primo tempo, il mitico Jose Pilar de Mindoza. Pilar, lo chiamavano "gazzella". Era impossibile stargli dietro per più di cinque metri: una volta che agganciava la palla potevi solo sperare nella difesa del buon dio. Pilar avrebbe comunque fatto più in fretta. Gambe veloci quelle di Pilar Mindoza. Noi dell’Estudiantes avevamo, per lo più, una paura fottuta di lui, ma non mancava chi, invece, lo adorava, segretamente, come per una riverente venerazione del genio che era in lui, nelle sue gambe e nel suo cuore. Quella però - Pilar Mindoza non se ne voglia - non rimase alla storia come la partita della gazzella.

Il derby Queslodo-Estudiantes di quell’anno – ultimo, a dir la verità, disputato in un campionato ufficiale – rimarrà per sempre nella memoria collettiva, e specialmente nella mia, come il derby di Terzo Uanes. Quello in cui il campione zittì la folla. 

I Uanes erano gente per bene. A memoria d’uomo, nessuno di loro si era mai sporcato un solo dito nel compimento di alcuno dei misfatti di cui è colma la storia del nostro paese. Erano gente onesta e buona, i Uanes. Fu, così, catalogato come una vera e propria ingiustizia l’arrivo in quella santa famiglia di un bambino pestifero e violento come Terzo: castigo divino che consegnò i Uanes alla sofferenza e al dolore. Ragazzo, Terzo, non ne voleva proprio di studiare. Detestava la compagnia dei suoi coetanei e per di più non faceva altro che tirare calci a ogni oggetto incontrato lungo la sua strada. Nessuno avrebbe mai scommesso, a quel tempo, sul fatto che Uanes Terzo sarebbe stato ricordato come colui che nacque uomo e diventò dio sull’erba alta un dito del Major Olean, nei 90 minuti più epici che il calcio ricordi. Fu il padre che un pomeriggio caldo e ventoso di inizio primavera lo scaraventò sull’erba del campetto parrocchiale, perché cominciasse a rigar dritto. Di lì a qualche giorno, Terzo, si ritrovò, senza capire il perché, seduto sulla panchina del Major Olean a disputare la partita che lo avrebbe consegnato alla storia. Dopo il terzo goal del Queslodo, il Major Olean era tutto un unico e immenso grido. Coiba corse dritto verso la nostra curva e con un gesto platealmente scorretto ci mandò tutti a quel paese e tante grazie. Ne nacque subito un’azzuffata in campo tra i nostri e Coiba che si chiuse con l’espulsione di quest’ultimo e qualche bernoccolo in giro per il campo. Dopo due minuti, finalmente, segnammo. Gallo, su contropiede lanciato da Nieto, marcò i due centrali del Queslodo e poi si fece beffa del portiere con una cucchiaiata imprendibile. Mio padre comprò allora il gelato per me e per lui e io capii che qualcosa stava per succedere di diverso e straordinario al Major Olean.

Due goal ci riportarono fianco a fianco con il Queslodo. Furono un rigore trasformato da Carlos Bienz e un’autorete clamorosa di Gitanes. Il pareggio fece d’un tratto zittire chiunque dentro lo stadio. Mio padre si afferrò al gradone della curva e cominciò a stuzzicare la sciarpa coi denti. Il nostro allenatore fece segno al quarto uomo. Un cambio. Nieto era ormai stanco e sfinito. Al suo posto sarebbe entrato Uanes. Terzo Uanes. Il terrore calò sulle facce di tutti noi tifosi. Era una pazzia battezzare al giuoco del calcio un demonio scatenato come Uanes, in un momento così delicato della partita, nonché della nostra stessa esistenza. 

I minuti regolamentari erano ormai esauriti. Ne rimanevano due ancora da giocare a causa della perdita di tempo dovuta all’espulsione di Coiba. La palla era in possesso del Queslodo. Con qualche finta, Pilar Mindoza, la gazzella, s’infilò nella linea di centrocampo dell’Estudiantes. Guardò a sinistra, andò a destra. Si chinò tutto sulla palla e stava per schioccare il goal della sicura vittoria, quando, con un gesto terribilmente naturale e aggraziato, Terzo Uanes gli soffiò la palla dai piedi, benedicendo con le natiche al suolo l’erba moscia del Major Olean. Mio padre buttò la sigaretta che si era appena acceso di lato.

 Jose Pilar de Mindoza vide la palla scorrere sul fondo del campo. Non esitò neppure un attimo. Con un balzo raggiunse le gambe di Uanes, ancora distese per la coraggiosa scivolata, e vi piantò sopra ognuno dei dodici chiodi delle sue scarpette. A lavoro finito, come nulla fosse, raggiunse la sua posizione nell’aria di rigore, in attesa che dal corner giungesse la palla del vantaggio definitivo del Queslodo F.C.. Terzo si rialzò lentamente da terra. Il ginocchio gli parve improvvisamente cedere. Accanto a noi, un vecchio signore che di nome faceva Aleandro, si segnò il capo con la croce e sospirando pregava che qualcuno, lassù, vedendo la sofferenza di Terzo, potesse intercedere per lui con il buon dio.

Mio padre si rinchiuse dentro il giaccone di pelle e, stringendo forte tra i denti la sciarpa dell’Estudiantes, si alzò in piedi anche lui, come tutto lo stadio, a soffrire insieme a Uanes. Gli occhi del campione erano difficili da scorgere, dalla curva. Eppure fu chiaro a tutti che in quel preciso istante, Terzo, li chiuse. Quando li riaprì, il miracolo era praticamente già compiuto. 

Manilo Ruez calciò il pallone dall’angolo. Tutti gli uomini del Queslodo erano a caccia del goal ma quello sorvolò giusto il campo, da destra a sinistra, come il soffio del vento, a primavera. Tirammo un sospiro. Mancavano trenta secondi allo scadere del secondo ed ultimo minuto di recupero.

Uanes ebbe palla da Felipe, il portiere. Danzava. Ogni muscolo del suo corpo danzava la musica stupenda del calciatore. Quello vero. Quello coraggioso. Quello leale. Marcò uno ad uno quelli del Queslodo. Passò anche Pilar, facendogli increspare i capelli come la brezza di maggio. Davanti il portiere esitò un attimo ma solo per sentire tutte le voci del Major Olean spegnersi in un silenzio irreale. 

Mio padre mi disse: guarda, Luca, quello è un vero campione. Poi la palla fece un tuffo in rete e vi si addormentò fumante. 

E quindi il campione voltò le spalle al miracolo che aveva appena compiuto, guardò ad uno ad uno i tifosi di entrambe le squadre e fece segno a tutti di zittirsi.

Quello era il tempo felice in cui si apprendeva molto di più da un dito indice innalzato sopra le labbra che da tanti, inutili, giri di parole.

 

Copyright 2007 Luca Lucchesi

postato da Screenwriter alle ore 12:40 | Permalink | commenti (2) / commenti (2) (pop-up)
categoria: scritture


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