E adesso che aspettiamo a rivolgerci al passato, piccola mano, che aspetto avevi nei tempi, che quiete cerchi col tuo respiro, piccola mano, dove stai, piccola mano, che frughi, che permetti di andare con palmo disteso, grave indugio, lento chiudersi e svelarsi, piccola mano? Piccola mano che sfiora, piccola mano, sul mio viso un'ombra d'incertezza si spalma al tuo passaggio, di luce.
Come in una di quelle assurde processioni del paradiso dantesco sfilano in teorie interminabili, ma senza cori e candelabri, gli uomini della mia gente. Tutti si rivolgono a me, tutti vogliono deporre nelle mie mani il fardello della loro vita, la storia senza storia del loro essere stati. Parole di preghiera o d'ira sibilano col vento tra i cespugli di timo. Una corona di ferro dondola su una croce disfatta. E forse mentre penso la loro vita, perché scrivo la loro vita, mi sento come un ridicolo dio, che li ha chiamati a raccolta nel giorno del giudizio, per liberarli in eterno dalla loro memoria.
Satta.
Per poi un po' capirsi che tutto è un gioco che tutto passa. Dicendomi parole a numeri e contando le esatte virgole del conto. Punto più punto, duepunti. SIamo quasi alla fine di questo viaggio universitario. Va. Finalmente. Se un giorno voltandomi: dirò ma proprio, che significherà tutto.