E non cadere nell'abisso, niente, non farlo. Perdo sostanza nell'avvenire dei miei anni e formo i piccoli passi della vita all'indietro e mosca cieca. Guardatevi tutti guardatevi, dico io. Poveri, inutili, inutilizzabili, inutilizzati. Che ce n'è uno che dice è mio e l'altro risponde pure io. Pure io. Non cadere nell'abisso anche tu. Non farlo.
Aspetto il final draft di Salvo ma praticamente siamo pronti per la stampa. A fine settimana la distribuzione brevi manu del libricino. Proprio bello è venuto.
Casi Processuali 2005
tra finzione scenica e simulazione processuale
“Tre Storie”
Salvo Battaglia e Luca Lucchesi
Prefazione di Alessandro Spena
Primo Atto
di un Ipotetico Circolo Giuridico
Luca. Io sono Luca. IO SONO LUCA. IO SONO LUCAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA
Questo lo devo sapere. Lo devono sapere tutti.
Tre Storie - primo atto di un ipotetico circolo giuridico - di Luca Lucchesi e Salvo Battaglia - Prefazione ad un testo ignoto di Alessandro Spena
A breve in tutte le piccole tasche degli italiani. Italiani di Sicilia, di Palermo, dell'università di Palermo, di Giurisprudenza, del dipartimento di diritti penale - microcosmi dell'infinito!
A riva riposa sul sorriso feroce dell'alta marea. I luoghi senza esplorati nella mente di chi riposa sul sorriso feroce dell'alta marea. L'onda è trascorsa ed è più suono che lungo la buccia del remo s'asciuga della fatica passata. Un mondo si apre a sgoccioli e il vento lo sa e ne conduce le trame, di questo piccolo mondo che s'apre sui tuoi occhi di cristallo, in questa piccola leggenda inesplorata, in questa parte di mare senza esplorata -
Secondo me navighi il silenzio, e ti porti dietro l'onda che non si alza e non fa schiuma e ride di noi a riva a guardare. Secondo me navighi il silenzio. Ti porti dietro l'onda. L'onda che ride di noi. A riva. A guardare. E sul fondo dove navighi si scopre il cristallo e riporta alla luce riporta indietro riporta in vita. Ecco, cosa fai. Navighi il silenzio come una di casa. Come una di casa lì. Nuoti, a braccia distese, non fosse che per quell'onda che segue, nuoti, non fosse che per quell'onda, nuoti, ti direi, nuoti il silenzio. L'onda ride e mangia le nostre speranze, mangia l'onda che ride di noi, a riva a guardare, mangia. L'onda. Si direbbe che il tuo tocco la allontani al primo remo, e poi ritorna voltandosi e luccica per una punta di sole che l'accarezza e non si bagna il sole, mai. Il sole non si bagna. Guarda che torna al secondo remo una piccola brezza di mare e ti concede il riposo. Una scorta di fiato per l'ultima bracciata, ti direi. Il silenzio navighi. Almeno un po' di questo tacere che esplori almeno un po' lascia che sia senza esplorato lascia dalle carte via una piccola rotta e lì vola senza affondare il legno del remo lascia inesplorato il silenzio che è lì senza esplorato lascialo innato il silenzio che è lì a noi che l'onda bastarda ci preme la corsa quello sarà un'oasi di pensiero nel mare sconfinato.
Prima cosa. Simulazione di processo. Io la Pubblica Accusa. Fine.
Seconda cosa. Una storia. Un giudice che diventa pazzo e a un certo punto decide che quella è la sua vita: risolvere casi fittizzi, decidere su roba finta e quello a un certo punto decide di fare. Per la vita. Fine.
Terza cosa. I cristalli. M'è venuta in testa davanti al giudice impazzito e col caldo della toga ancora ansimante per le spalle. E, lo devo ammettere, per forza dell'impulso datomi dal mio scrittore preferito. E lui sa chi è. I cristalli. Questa cosa ha a che fare con degli occhi. Cristalli, occhi e un verde frastagliato. Tutto insieme e questa è la terza cosa. E il fiato corto e tutto il resto. Fine.