Le riflessioni della settimana concernono questa cosa che mi fa molto pensare e che lo fa in genere. Il fatto della organizzazione di mezzi e di uomini finalizzata a quacosa che non sia uomini e mezzi ma qualcos'altro. Mai disperare della forza del singolo. Lo diceva uno famoso questo.
Quando le prime voci si udiranno
di madri che svegliano i figli,
avremo appena il tempo di respirare
un ultimo abbraccio.
Spoglia del suo fregio bifronte,
la curva che conduce alla magnolia
ospiterà la mia rincorsa.
Aperte al tiepido rancore che rode,
faranno dono al cielo, le cicale,
del giusto tempo del loro odore.
E di là dal declino di una roccia,
potrò chiedere ancora.
Potrò chiedere ancora
il tuo ritorno.
Praticamente barricati dentro, ma con la mente altrove, ci ritroviamo io e il buon Vesco a dover scrivere un testo teatrale a metà tra la lectio giuridica e il reading più spudorato. L'1 marzo si va in scena. Per la gioia dei nostri libretti che il 25 febbraio ci sarebbe anche un esame di diritto del lavoro. Cosechefannopensare. Ieri parlavo dopo la partita con un mio compagno di squadra ormai infilato dentro i meccanismi di produzione lavorativi. Dice che faccio bene io a navigare ancora libero e a prendere impegni commutativi all'incrocio con le decisioni più o meno impegnative. Succo del discorso: libertà è sentirsi stanchi la sera perché l'indomani c'è ancora roba da fare e creare. E non preoccupatevi che ce n'è di strada da fare.
In tutto questo, mi sto quasi dimenticando che c'è anche qualche problema sentimentale da risolvere. Cosechepoiunodiceche.
Ah. Pronto l'uomo esausto. Pronto il soggetto del mio primo lungometraggio.